Nel 2019 ho scritto la prima versione di questa guida. Parlava di Google My Business, di pagine gialle diventate schede online, di quanto fosse complicato per un’azienda aprire una pagina Facebook. Ripubblicarla oggi così com’era avrebbe voluto dire mentire: nel 2026 buona parte di quei consigli è superata, e una cosa fondamentale è cambiata nel modo in cui le persone cercano informazioni. Questa non è una correzione, è una riscrittura quasi totale.
Cosa significava “essere online” fino a ieri
Ricordi le pagine gialle? Se avevi un negozio o uno studio, bastava un numero e un indirizzo per esistere agli occhi di un potenziale cliente. Poi è arrivato Google, ed “esistere” ha voluto dire avere una scheda che compare quando qualcuno digita “pizzeria Roma” o cerca il tuo nome. Per quindici anni questa è stata la regola: se Google non ti trova, per il cliente non esisti.
Questa regola non è sparita. È diventata insufficiente.
Il terzo livello: essere trovato dall’AI, non solo da Google
Sempre più persone, prima di cercare su Google, chiedono a ChatGPT, Perplexity o Gemini: “qual è un buon commercialista a Bergamo”, “consigliami un consulente di marketing per un libero professionista”, “quali sono le migliori pizzerie vicino a me”. Questi assistenti non mostrano dieci link tra cui scegliere. Rispondono con due o tre nomi, a volte uno solo.
Se quei sistemi non hanno mai letto nulla di verificabile su di te, per loro non esisti, anche se hai una scheda Google perfetta e mille follower su Instagram. Non si tratta di comprare pubblicità: quegli spazi non si vendono. Si tratta di avere contenuti chiari, corretti e riconoscibili in giro per il web (il tuo sito, articoli, recensioni, citazioni da altri siti) che un modello linguistico possa leggere e considerare affidabili quando gli viene chiesto di consigliare qualcuno nel tuo campo.
Essere online nel 2026 significa tre cose, non più una sola:
- farsi trovare da chi ti cerca già per nome: recapito, indirizzo, orari
- farsi trovare da chi cerca la tua categoria in una zona: Google, mappe
- essere citato quando qualcuno chiede consiglio a un assistente AI, invece di cercarlo da solo
Le prime due le conosci, sono le stesse di sempre. La terza è nuova, e quasi nessuno l’ha ancora capita bene. Vale la pena ripeterlo: si costruisce con contenuti veri nel tempo, non con una campagna a pagamento accesa e spenta quando serve.
Gli strumenti, uno per uno, aggiornati al 2026
Google Business Profile (ex Google My Business)
Si chiamava Google My Business fino al 2021, poi è stato rinominato. La sostanza non cambia: resta lo strumento gratuito più importante, il primo passo obbligato per chiunque abbia un’attività con un pubblico locale (negozio, studio, ristorante, professionista che riceve clienti). Se non hai ancora una scheda aggiornata, è la prima cosa da sistemare, prima di qualsiasi altro strumento in questa lista.
Sito web
Un sito non è mai un costo fine a sé stesso, è uno strumento che deve portare a un risultato preciso: far conoscere cosa fai, raccogliere contatti di potenziali clienti, vendere online, spiegare la tua competenza a chi ti sta valutando. Il risultato che ti serve cambia in base a chi sei: un’azienda ha bisogno di presentare prodotti e servizi e raccogliere richieste; un libero professionista spesso ha bisogno del contrario di quello che si pensa, cioè di una sola pagina chiara invece di dieci sezioni (“chi sono”, “cosa faccio”, “contatti”) che si sovrappongono senza dire nulla di specifico.
Se vuoi vendere online, la faccenda si complica ancora: un e-commerce non è solo un carrello e un modulo di pagamento, è un sistema che richiede un investimento di tempo e attenzione ben più alto di un sito vetrina. Vale la pena farlo solo se hai già chiaro cosa vuoi vendere e a chi.
Blog e contenuti
Quello che stai leggendo è un blog. È lo strumento che richiede più tempo di tutti, perché non basta scrivere: serve che gli articoli vengano trovati su Google e, oggi, anche letti e considerati affidabili dai sistemi AI di cui parlavo sopra. In compenso è l’unico strumento che lavora per te anche mentre non ci pensi: un articolo scritto bene continua a portare persone (e ora anche citazioni AI) per anni, a differenza di un post social che dura un giorno.
Resta uno strumento utile soprattutto per chi comunica per immagini e ha un pubblico che si informa lì: ristorazione, artigianato, moda, servizi con una componente visiva forte. Va aperto e curato solo se hai davvero una strategia e il tempo per portarla avanti, non come casella da spuntare.
Nel 2019 lo consigliavo con cautela. Oggi, per chiunque lavori in ambito B2B, per servizi professionali o consulenza, LinkedIn è diventato il canale con il rapporto più alto tra impegno e risultato, spesso più di un sito aggiornato di rado. È il posto dove chi valuta un professionista prima di contattarlo va a controllare cosa scrive e cosa pensa, non solo il curriculum.
TikTok
Nel 2019 non lo nominavo nemmeno. Oggi per una fetta crescente di pubblico, soprattutto sotto i trent’anni, TikTok è diventato un motore di ricerca prima ancora che un social: si cerca lì “dove mangiare a Milano” o “come scegliere un [qualsiasi servizio]” allo stesso modo in cui altri cercano su Google. Ha senso aprirlo solo se il tuo pubblico è davvero lì e hai la costanza per produrre contenuti con regolarità: fatto a metà, non serve a nulla.
YouTube
Resta la piattaforma giusta per chi vuole essere trovato attraverso contenuti video di approfondimento (tutorial, spiegazioni, dimostrazioni). Richiede più impegno di uno scatto su Instagram: tempo, un minimo di attrezzatura, competenza nel montaggio. Non è uno strumento per iniziare “tanto per esserci”.
È lo strumento che ha perso più terreno dal 2019 a oggi, soprattutto sul pubblico più giovane. Resta ancora valido per raggiungere un pubblico adulto locale e per la componente di recensioni, ma non è più il centro della presenza social di un’attività come lo era qualche anno fa.
Il vero problema non è la lista degli strumenti. È l’ordine in cui li scegli
Qui arrivo alla cosa più importante di questa guida, quella che nella versione del 2019 mancava del tutto: il problema non è mai “quale strumento devo usare”. È non sapere quale risultato vuoi ottenere.
Le persone non seguono un percorso lineare verso una decisione. Oscillano continuamente tra esplorazione e valutazione prima di scegliere: è quello che Google stesso chiama il Messy Middle, il “mezzo caotico” tra il momento in cui nasce un bisogno e il momento dell’acquisto. Per questo lo stesso strumento (Instagram, un articolo del blog, LinkedIn) ti serve a scopi completamente diversi a seconda della fase in cui stai intercettando il cliente: in fase di esplorazione serve a farti scoprire, in fase di decisione serve a confermare che sei la scelta giusta.
Ho passato anni a costruire piani di comunicazione su questo principio, e di recente ho usato l’AI per trasformare quel metodo in uno strumento che confronta oltre 150 canali, online e offline, per obiettivo e per fase del percorso cliente, invece di sceglierli a sensazione o copiando quello che fa il concorrente.
Ma anche quello strumento funziona solo dopo aver risposto a due domande che nessuna dashboard, per quanto ben fatta, può risolvere al posto tuo:
- sai davvero qual è il risultato che vuoi ottenere?
- sai davvero chi è il tuo cliente, e in quale fase del suo percorso lo stai intercettando?
Puoi avere la mappa più precisa di 150 strade, ma se non sai dove stai andando, ti serve solo a perderti con più metodo.
Da dove iniziare davvero
Il primo passo pratico resta lo stesso di sempre: apri o aggiorna la scheda Google Business Profile, è gratis ed è il minimo indispensabile per chiunque abbia un pubblico locale. Poi, prima di aprire qualsiasi altro profilo o scrivere qualsiasi altro contenuto, fermati sulle due domande qui sopra. È lì che si decide tutto il resto, non nella lista degli strumenti disponibili, che tanto continuerà a cambiare ogni due o tre anni.



