Per anni ho pensato che il mio percorso fosse una serie di progetti scollegati. Una community civica online nel 2002. Un portale di servizi a domicilio nel 2008. Un evento enogastronomico nel 2010. Un’app turistica nel 2013. Una piattaforma sui corsi di cucina nel 2026.
Cose diverse, settori diversi, anche vent’anni di distanza tra la prima e l’ultima. Per molto tempo li ho raccontati così: progetti diversi, in momenti diversi della mia vita.
Poi, guardandoli tutti insieme, ho visto una cosa che non avevo mai notato mentre li facevo: non ho mai inventato niente da zero. In ogni caso, quello che facevo era prendere qualcosa che esisteva già, ma disperso, invisibile, non aggregato, e renderlo visibile. I marsalesi che non vedevano le disfunzioni della propria città. I ristoranti tipici mai messi insieme in un unico posto. Il patrimonio turistico di un territorio, frammentato tra decine di attori che non si parlavano. Le scuole di cucina di una città, undici, che nessuno aveva mai messo in fila.
Non l’ho progettato. L’ho notato dopo, con vent’anni di ritardo.
Cosa significa, in pratica, “essere unico”
Non credo esista un talento nascosto che aspetta solo di essere scoperto con un momento di illuminazione. Credo invece che esista un modo di fare le cose che si ripete, senza che tu te ne accorga, in contesti completamente diversi. Quello che ti rende riconoscibile non è una dichiarazione (“sono creativo”, “sono empatico”): è un pattern che qualcun altro, guardando da fuori, nota prima di te.
Nel mio caso il pattern è: entro senza soluzioni già pronte, cerco cosa esiste già ma non è ancora visibile, e lo restituisco in una forma che le persone riconoscono come propria. Non impongo un sistema calato dall’alto. Non giudico dall’esterno come farebbe una guida o una classifica. Aggrego dal basso quello che c’è già.
Perché nessuno ci arriva da solo, e nemmeno io
Ci sono arrivato tardi, e ci sono arrivato guardando indietro, non guardando avanti. Nessuno dei progetti che ho citato è nato con questa consapevolezza. È una lettura che ho potuto fare solo dopo, mettendo in fila vent’anni di scelte che al momento sembravano indipendenti l’una dall’altra.
Se stai cercando di capire cosa ti renda diverso dagli altri, forse la domanda giusta non è “quali sono i miei talenti”, ma: cosa ho fatto, ripetutamente, in situazioni diverse, senza accorgermene? Guarda indietro, non avanti. Il pattern è quasi sempre già lì, in quello che hai già fatto, non in quello che stai per inventare.
Questo articolo tocca uno dei temi del Modello delle 10 Aree — approfondisci qui: Posizionamento del Brand.


