Io me lo ricordo quando arrivò WordPress. E avevo torto.

Io me lo ricordo bene quando, nei primi anni 2000, iniziarono a comparire strumenti come WordPress. All’epoca programmavo in ASP, lavoravo su sistemi fatti su misura e avevo una convinzione piuttosto netta: quelle piattaforme erano per chi voleva “fregare” il cliente. Per chi voleva vendere soluzioni semplici facendole passare per lavoro complesso, senza sporcarsi le mani con il codice vero.

Non era solo snobismo tecnico. Era l’idea che abbassare la soglia di accesso significasse abbassare il valore del lavoro. Se chiunque poteva mettere online un sito, allora cosa restava della competenza? Dove finiva la professionalità?

Col senno di poi, quella lettura era parziale, non perché WordPress fosse perfetto, ma perché stavo guardando lo strumento invece del cambiamento che stava innescando. WordPress non stava distruggendo lo sviluppo. Ha distrutto un certo tipo di sviluppo.

Quello che è successo dopo è noto, ma vale la pena rileggerlo senza nostalgia 😅

Con l’arrivo di WordPress la creazione di siti “standard” era diventata una commodity. Il valore si stava spostando altrove: architettura dell’informazione, integrazioni, performance, sicurezza, scalabilità, contesto. Chi ha continuato a difendere solo l’esecuzione tecnica ha perso spazio. Chi ha capito dove stava andando il valore ha cambiato ruolo.

Il punto non era WordPress. Il punto era che il lavoro stava cambiando forma, e io, come molti altri, lo stavo leggendo con le categorie sbagliate.

Oggi l’AI sta facendo la stessa cosa. Solo in modo più brutale.

L’intelligenza artificiale sta attraversando una traiettoria molto simile, ma con una differenza sostanziale: non concede tempo.

Attività che fino a ieri richiedevano ore, coordinamento e più persone vengono oggi assorbite da strumenti che producono output immediati. Non sempre perfetti, ma sufficienti a rendere improvvisamente discutibile il rapporto tra tempo, costo e valore.

Ed è qui che rivedo dinamiche già viste:

  • la difesa identitaria del ruolo,
  • la svalutazione dello strumento,
  • l’entusiasmo acritico di chi lo vede come soluzione universale.

Come allora, il rischio è concentrarsi sul mezzo e non su ciò che cambia davvero: per cosa vale ancora la pena pagare qualcuno?

Su questa domanda sono arrivate un po’ di risposte nei commenti su linkedin, che condivido qui:

Negli anni 2000, quando WordPress iniziò a diffondersi davvero, non c’era una riflessione strutturata su quello che stava accadendo. Il racconto è arrivato dopo, quando il cambiamento era già stato metabolizzato.

Oggi abbiamo un’occasione diversa: osservare il cambiamento prima che venga normalizzato, prima che diventi “ovvio”.

Il lavoro non scompare. Si sposta. Allora come oggi, la tecnologia non elimina il lavoro in modo lineare, elimina il lavoro che non è sostenuto da una decisione, da un contesto, da una responsabilità.

Così come WordPress non ha reso inutile la progettazione, l’AI non rende inutile il pensiero.
Rende inutile l’esecuzione isolata dal perché.

Quindi, il valore si sposterà sempre più verso chi:

  • sa decidere prima di produrre,
  • sa collegare strumenti a obiettivi reali,
  • sa assumersi la responsabilità delle scelte, non solo dell’output.

Tutto il resto tende a comprimersi, indipendentemente dalla qualità con cui viene fatto.

WordPress mi ha insegnato a posteriori. Con l’AI, questa volta, vale la pena provarci prima.

Documentare, osservare, riflettere.
Non per rallentare il cambiamento, ma per non subirlo senza capirlo.