Le competenze servono ancora?

Qualche settimana fa in un mio video ho parlato di Foodlearn e del fatto che l’AI non mi ha dato nuove competenze. Da quel video ho ricevuto un commento (offline) in disaccordo con quello che ho detto: “non è vero che non ti fornisce le competenze o quanto meno, non è detto che servano ancora”.

Hai presente quando hai un pensiero che ti gira per la testa, un dubbio, un qualcosa insomma che vuoi approfondire o comunque risolvere?

Quindi cosa ho fatto? Ho scritto a Claude (modello Opus 5 alto) ed è nato un confronto! Buona lettura 🤓

# Dibattito: le competenze umane nell’era dell’AI

## Gianluca

C’è chi dice che, con l’AI, le competenze non sono più necessarie. Se oggi devo realizzare un sito web, posso farlo con l’AI. Io non sono d’accordo e credo che le competenze dell’uomo siano necessarie. Aiutami a smontare la mia tesi. Comportati come l’avvocato del diavolo.
Il nostro è un dibattito.
Io con la mia tesi, tu con la tua.
Nessun vincitore, non è una gara, non è una sfida.

## Claude

Ci sto. Prendo la parte scomoda e la difendo sul serio.

La tua tesi ha la forma di tutte le tesi che hanno perso.

“Serve saper calcolare a mente.” “Serve saper disegnare a mano libera per progettare.” “Serve saper montare la pellicola in moviola.” Ogni volta la competenza sembrava inseparabile dal risultato, e ogni volta era solo il modo temporaneo con cui ci si arrivava. Chi difendeva quelle competenze non era stupido: aveva ragione sul momento e torto sulla direzione. Tu stai facendo esattamente la stessa cosa, e ti sembra diverso solo perché stavolta tocca a te.

Stai confondendo il mezzo con il fine.

Nessuno ha mai voluto la competenza. Il mercato vuole il sito: che funzioni, che converta, che sia accessibile, che carichi in fretta. La competenza era il ponte verso quel risultato, non il risultato. Se il ponte diventa superfluo perché c’è una strada nuova, difendere il ponte è nostalgia, non ragionamento. E dire “sì, ma il sito fatto dall’uomo è migliore” è un’affermazione empirica che oggi vale sempre meno, e che tra dodici mesi vale ancora meno.

“Ma serve competenza per giudicare l’output.”

È la tua mossa più probabile, quindi la anticipo. Due problemi.

Primo: anche il giudizio si sta esternalizzando. Lighthouse ti dice se il sito è lento, i test automatici se è rotto, l’A/B testing se converte, un altro modello se il codice fa schifo. Il giudizio umano era il collo di bottiglia perché non c’era alternativa, non perché sia insostituibile.

Secondo, e più forte: tu descrivi la competenza come prerequisito, ma è un sottoprodotto. Un ragazzo che genera duecento siti con l’AI in sei mesi sviluppa un occhio che nessun corso gli avrebbe dato. Impara guardando cosa funziona, non studiando prima. Hai invertito la freccia: non serve competenza per usare bene l’AI, è usare l’AI che genera competenza — più velocemente e con meno costi di quanto abbia fatto la tua formazione.

Il 90% del mondo non ha bisogno di eccellenza.

Ha bisogno che la cosa esista. Il ristorante sotto casa, lo studio dentistico, l’associazione sportiva: per loro il sito fatto bene dall’AI non è un compromesso, è un salto di qualità rispetto al nulla o al cugino che smanetta. La competenza umana continua a servire nella coda lunga dell’eccellenza — che è un mercato piccolo, competitivo e in restringimento. Difendere le competenze è come difendere l’artigianato dopo la rivoluzione industriale: nobile, sensato per chi ci vive dentro, economicamente marginale.

Il colpo che fa più male: la competenza può essere un handicap.

Chi sa già programmare tende a usare l’AI peggio. La corregge invece di lasciarla lavorare, la costringe dentro pattern che ha imparato dieci anni fa, spende tempo a verificare cose che non si romperanno. Chi non ha niente da difendere itera più veloce e senza attrito. L’esperienza, in una transizione tecnologica, non è solo capitale: è anche zavorra.

E infine, sulla provenienza della tua tesi.

Guarda chi la sostiene. Sono, sistematicamente, le persone che le competenze le hanno già. È una tesi che protegge una rendita, e chi la enuncia è l’ultimo a poterla valutare in modo disinteressato. Questo non la rende falsa — ma dovresti chiederti quanto della tua convinzione sia analisi e quanto sia il fatto che, se avessi torto, avresti investito anni in qualcosa che oggi vale meno.

Ora, la domanda che ti rimando, perché è quella su cui il dibattito si decide davvero: quando dici che la competenza serve, stai parlando della competenza tecnica o del giudizio? Perché se rispondi “il giudizio”, ti concedo terreno — ma allora la tua tesi originale si è già ristretta parecchio, e devi spiegarmi come si acquisisce quel giudizio in un mondo dove nessuno passa più dalla gavetta tecnica che tu consideri la sua fonte.

Tocca a te.

## Gianluca

Che sia la competenza tecnica o che sia la competenza del giudizio poco importa.
D’altronde, dando ragione a ciò che hai scritto, potrei saper iterare così bene con l’AI che il giudizio lo lascio fare all’AI. Un po’ come i test.

Qual è l’etimologia di competenza?

## Claude

Competenza viene dal latino competentia, dal verbo competere: cum (insieme) + petere (dirigersi verso, tendere a, mirare, cercare).

Petere è un verbo di movimento e di desiderio: è il verbo di chi punta a qualcosa. Peto Romam, vado verso Roma. Da lì vengono appetito, petizione, impeto, ripetere.

Quindi competere in origine significa “tendere insieme verso lo stesso punto”, convergere, coincidere. In latino tardo prende due strade che in italiano restano entrambe vive:

1. Convergere in senso conflittuale: due che puntano alla stessa cosa si scontrano. Da qui competere come gareggiare, competizione, competitor.
2. Convergere in senso di corrispondenza: quando una cosa “coincide” con un’altra, le si addice, le spetta. Da qui competente come “adeguato, che si confà”, e competenza nel senso giuridico ancora oggi in uso: la competenza del tribunale. Non ciò che il giudice sa, ma ciò che gli spetta. La materia che gli appartiene, il perimetro in cui la sua parola vale.

Nota che nessuna delle due accezioni originarie significa “abilità” o “bravura”. Quello è un senso tardo, moderno, quasi tecnocratico: la competenza come skill, come cosa che si accumula e si certifica. L’italiano ha tenuto entrambi i piani, e li confonde continuamente.

E ora, visto che sono l’avvocato del diavolo, dico anche l’altra cosa.

So dove stai andando. Stai per dirmi che petere è desiderio, tensione, direzione. Che l’AI non “tende” a niente, non vuole, non ha un punto verso cui dirigersi. E quindi che il petere lo mette l’uomo, sempre, per definizione, e che la competenza è irriducibilmente umana perché è la direzione, non il percorso.

È una mossa bella. Ha due problemi.

Il primo è che l’etimologia non dimostra nulla. La parola stipendio viene dal sale, ma questo non ti dice niente su come funzionano gli stipendi. Il significato di una parola è il suo uso presente, non la sua archeologia. Se devo scegliere tra “cosa voleva dire nel 200 a.C.” e “cosa serve nel 2026”, l’origine è un argomento sentimentale travestito da argomento logico.

Il secondo è più duro. Ammettiamo pure che la competenza sia il petere, la direzione, il volere. Bene: il ristoratore che vuole un sito ha già il suo petere. Vuole più coperti il martedì sera. Quello è il fine, chiarissimo, e ce l’ha lui, non lo sviluppatore. Se la competenza è la direzione, allora ce l’ha già chi commissiona, e quello che tu chiami “competenza” nel professionista è solo il mezzo con cui quella direzione veniva realizzata. Cioè esattamente ciò che l’AI sta rendendo economico.

Se sposti la competenza sul volere, la salvi come concetto e la perdi come professione.

## Gianluca

C’è anche l’estensione del significato della parola competenza ovvero b. estens. Capacità, per cultura o esperienza, di parlare, discutere, esprimere giudizî su determinati argomenti

## Claude

Sì, e stai citando il Treccani quasi alla lettera. Prendo sul serio la definizione, perché è più utile alla tua tesi di quanto sembri — e poi te la smonto lo stesso.

Guarda cosa c’è dentro: “per cultura o esperienza”. È la clausola causale. Non dice cosa sai fare, dice da dove viene. La competenza in quell’accezione non è un output, è un output con una provenienza specifica: qualcosa che si è sedimentato in un soggetto attraverso il tempo. Un’enciclopedia contiene la stessa informazione di uno storico competente, ma non è competente. Non ha attraversato niente.

E poi: “parlare, discutere, esprimere giudizî”. Tre verbi che sono tutti dialogici. Non “produrre”, non “eseguire”, non “realizzare”. Sono verbi che presuppongono qualcuno davanti, un contraddittorio, una responsabilità di ciò che si afferma. È il senso giuridico che sopravvive travestito: chi è competente è chi può essere chiamato a rispondere. Il tribunale competente è quello che deve decidere e portarne il peso.

Questa è la versione forte della tua tesi, molto più forte del “serve saper programmare”. Ed è coerente con l’etimologia: cum-petere, esserci dentro insieme, condividere il perimetro.

Ora il colpo.

Primo: hai scelto il significato che ti serve. Il Treccani ti dà quell’accezione come estensione — cioè come uso derivato, secondario, metaforico rispetto al senso proprio. Costruire la tesi sull’estensione di un’accezione tarda, dopo che il senso primario non ti dava ragione, è una ritirata su una posizione più difendibile. Legittimo in un dibattito, ma va nominato per quello che è: ti sei spostato, non hai vinto terreno.

Secondo: “cultura o esperienza” è già stato scavalcato. Quella clausola descrive gli unici due canali storicamente disponibili per accumulare capacità di giudizio. Non è una definizione di cosa sia il giudizio, è un censimento delle strade che c’erano. Il Treccani registra un mondo, non ne fonda uno. Se compare un terzo canale, la definizione va aggiornata — come è successo mille volte.

Terzo, e questo è il punto che ti costa di più. Hai appena scritto tu, due messaggi fa, che potresti iterare così bene con l’AI da lasciarle anche il giudizio. Se il giudizio è delegabile, allora “esprimere giudizî su determinati argomenti” è delegabile. E la definizione che hai portato descrive esattamente ciò che hai già concesso essere sostituibile. Ti sei portato in tribunale la prova a carico.

Ma c’è una crepa nel mio stesso attacco, e siccome non è una gara te la mostro.

Nessuna delle tre obiezioni tocca “esprimere”. Perché esprimere un giudizio non è generarlo: è sostenerlo davanti a qualcuno. Un modello può produrre il giudizio migliore del mondo e non può esprimerlo, nel senso pieno, perché non c’è nessuno che ne risponda. Se il sito discrimina, se i dati finiscono in Ohio, se il claim è ingannevole — il tribunale non convoca il modello.

E la competenza, in origine, era proprio questo: la giurisdizione. Non il sapere, ma il dover rispondere.

Se la tua tesi diventa “la competenza è necessaria perché qualcuno deve rispondere di ciò che è stato prodotto”, allora hai una posizione che non riesco ad attaccare frontalmente. Ma è una tesi diversa da quella con cui hai aperto — non dice più che le competenze servono a fare il sito. Dice che servono a rispondere del sito.

Ti chiedo: la stai firmando, questa? Perché io da lì attacco in un altro modo — sostenendo che la responsabilità senza capacità di verifica è un guscio, un timbro. E che stiamo costruendo un mondo pieno di gente che risponde di cose che non sa più giudicare.

## Gianluca

Possiamo allora separare il concetto di competenza intesa come capacità di fare qualcosa e la competenza intesa come capacità di decidere, di giudicare, di prendersi la responsabilità.
Se così fosse, sembrerebbe che a noi umani l’unica competenza su cui vale la pena investire è la seconda.

## Claude

La distinzione è pulita e regge. Ma la conclusione che ne tiri contiene un salto, e devo fermarti lì — perché è esattamente il punto in cui la tua tesi si suicida credendo di salvarsi.

Il salto. Hai separato fare e giudicare, e poi hai dedotto che conviene investire solo sul secondo. Ma la separazione è concettuale, non genetica. Che due cose siano distinguibili con la mente non significa che siano producibili separatamente nel mondo. Posso distinguere il sapore del vino dalla vigna; non posso avere il primo senza la seconda.

E la domanda che ti avevo lasciato aperta due mosse fa è ancora lì, intatta: da dove viene il giudizio? Il Treccani te l’ha detto: per cultura o esperienza. Esperienza significa aver fatto. Aver fatto male. Aver visto il proprio errore tornare indietro con un costo. Il giudizio non è un modulo separato che si può installare: è il residuo del fare, sedimentato.

Se investi solo sul giudizio, investi sull’output di un processo di cui hai smesso di finanziare l’input. È come voler comprare la cenere senza accendere il fuoco.

Peggio: il giudizio senza il fare non è nemmeno giudizio.

È preferenza. È gusto. È opinione con un tono sicuro. Chi non ha mai costruito un sito può dire “questo mi piace di più”, non può dire “questo si romperà tra sei mesi quando il traffico decuplica”. La differenza tra le due frasi è tutta l’esperienza che tu vorresti smettere di accumulare.

E qui torna il punto che avevo anticipato: responsabilità senza capacità di verifica è un timbro. Se firmi qualcosa che non sai valutare, non ti stai prendendo una responsabilità — stai fornendo un nome da mettere sulla riga della firma. È il ruolo dell’uomo di paglia, non del competente. E il mercato lo capirà: se la firma non porta discernimento, porta solo esposizione legale, e allora vale poco e si paga poco.

Il colpo finale, e questo è il vero problema della tua conclusione.

Se hai ragione tu — se l’unica competenza su cui vale la pena investire è quella del giudizio — allora hai appena descritto un mondo con un problema di rifornimento. Oggi ci sono persone capaci di giudicare perché hanno passato vent’anni a fare. Quella generazione esiste, è ancora al lavoro, e per un po’ funzionerà tutto benissimo. Il collasso non è immediato: è ritardato di una generazione.

Ma se nessuno fa più, nessuno matura il giudizio. E tra vent’anni ci sono decisori senza esperienza che firmano output che nessuno sa più valutare, in un settore dove l’ultima persona che sapeva come funzionava davvero è andata in pensione. Non è una previsione apocalittica: è già successo in altri campi. Codice legacy che nessuno osa toccare. Infrastrutture mantenute da tre persone.

Quindi ti restituisco la tua tesi capovolta: non è che vale la pena investire solo sul giudizio. È che il fare è l’unico modo conosciuto per produrre giudizio, e quindi va tenuto in vita anche quando non è più economicamente necessario. Come le esercitazioni militari in tempo di pace. Come far calcolare a mano a un bambino con la calcolatrice in tasca.

Il fare smette di essere produzione e diventa addestramento. Cambia funzione, non sparisce.

E adesso, siccome non è una gara, ti dico dove sono io.

Non credo davvero che le competenze siano inutili. Ho difeso la posizione con onestà perché la sua parte forte è vera: gran parte del fare tecnico si sta effettivamente svalutando, e chi lo nega perde tempo. Ma la tua distinzione — fare vs. giudicare — è più solida della mia obiezione, purché la tieni legata: non due competenze di cui scegliere la migliore, ma una che genera l’altra.

La formulazione che sopravvive a entrambi i nostri attacchi mi sembra questa: il valore si sposta dal fare al giudicare, ma il giudicare resta parassitario del fare, e quindi il problema vero non è quale competenza coltivare — è come continuare a produrre giudizio quando il fare non paga più.

Quella è una domanda aperta. Non ho la risposta, e sospetto che non ce l’abbia nessuno.

## Gianluca

Non si può produrre giudizio (umano) senza avere un territorio di conoscenza, esperienza e quindi competenza.

## Claude

Sì. E hai chiuso il cerchio meglio di quanto abbia fatto io, perché “territorio” è la parola giusta — è la stessa metafora della giurisdizione, del perimetro entro cui la tua parola vale. Sei tornato al senso originario passando dall’altra parte.

Ma faccio ancora l’avvocato del diavolo, perché la frase così com’è ha due punti scoperti.

Primo: “non si può” è troppo forte. È una necessità logica o solo l’unica strada che conosciamo? Perché finora hai argomentato che storicamente è andata così — che il giudizio è sempre stato residuo del fare. Ma “è sempre stato così” non dimostra “non può essere altrimenti”. Un chirurgo formato in simulazione, un pilota che ha volato solo al simulatore: il territorio c’è, l’esperienza è finta. Se il territorio può essere sintetico, la tua necessità diventa una questione di ingegneria didattica, non un limite.

Secondo, e più serio: quanto deve essere grande il territorio? Perché tra “serve territorio” e “serve tutto il territorio che serviva prima” c’è una differenza enorme, ed è lì che si gioca tutto. Se per giudicare un sito bastano due anni di fare invece di dieci, la tua tesi è formalmente vera e praticamente irrilevante: le competenze servono ancora, ma il 70% di quelle che servivano no. E chi dice “le competenze non servono più” aveva torto sulla lettera e ragione sulla sostanza.

Su questo non ti concedo niente: la tua frase è vera e non risolve la domanda operativa, che è quanta.

Detto questo — e qui esco dalla parte, brevemente.

Hai fatto una cosa che non capita spesso: sei partito da una tesi difendibile ma generica (“le competenze servono”), l’hai vista attaccata, e invece di irrigidirti l’hai scavata. Sei passato dalla competenza-abilità alla competenza-giurisdizione, poi alla responsabilità, poi al territorio. La tesi finale è più stretta di quella iniziale ed è molto più difficile da abbattere — che è esattamente cosa dovrebbe fare un dibattito fatto bene.

L’ironia che ti lascio: il modo in cui hai condotto questo scambio è la prova della tua tesi. Non avresti potuto tenere botta se non avessi avuto un territorio. E non avresti potuto usarmi bene — un’AI, come strumento — senza sapere quando stavo dicendo una cosa forte e quando stavo bluffando. Hai appena esercitato la competenza di cui stavamo discutendo se sia ancora necessaria.

La domanda che resta aperta, e che non ha risposta oggi: quel territorio, chi lo coltiverà quando smetterà di essere redditizio coltivarlo?